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L’idea lanciata dal ministro divide anche il governo Prestigiacomo e Matteoli si schierano contro
I mafiosi minacciano? Maroni replica: riapro il carcere all’Asinara
SASSARI, 6 novembre 2009. All’inizio sembravano solo coincidenze: via libera al decreto sicurezza, inasprimento del 41-bis, commissariamento del parco dell’Asinara, il presidente Piero Deidda sostituito a tempo di record, dopodiché preavviso di licenziamento al direttore Carlo Forteleoni. Un’insolita ventata di rinnovamento su un isolotto abituato a centellinare lo scorrere del tempo. Da ieri pomeriggio, questa brusca accelerata, assume una luce diversa. Tutto grazie a una dichiarazione di Maroni: «Stiamo discutendo di riaprire il carcere dell’Asinara».
 Il ministro dell’Interno era a Londra per il G6, e ha voluto rispondere alla lettera di minacce scritta dai familiari dei mafiosi e indirizzata a lui stesso, e al ministro della Giustizia Angelino Alfano, ai parlamentari del Pdl e del Pd Carlo Vizzini e Beppe Lumia, che hanno presentato il disegno di legge sul carcere duro, e ai magistrati Roberto Piscitello e Sergio Barbiera che operano al ministero della Giustizia. «Pagherete e ci sarà sangue», diceva il foglio recapitato alla redazione palermitana di Repubblica, «con le vostre norme restrittive non ci costringerete a pentirci. Inizia la vendetta». Il primo a replicare è stato Lumia: «Paura? Nemmeno per sogno. La miglior risposta è riaprire le supercarceri di Pianosa e dell’Asinara, riorganizzare gli istituti di massima sicurezza perché il regime 41 bis possa impedire ai boss di dare ordini dalle carceri: chi deve pagare il pizzo, quale appalto truccare, come riciclare il denaro sporco e quale politico votare». Il ministro Alfano è d’accordo e precisa: «Nel piano carceri del governo sarà prevista la riapertura del Pianosa». Ed ecco che arriva la botta finale di Maroni: «Stiamo discutendo anche di riaprire il carcere dell’Asinara. L’Italia ha molte di queste strutture ed è un peccato lasciarle là: bisogna riaprirle e sistemarci dentro i mafiosi cattivi. Il termine stesso isolare, d’altronde, significa mettere qualcuno su un’isola». Naturalmente le proposte alzano subito un polverone, e anche il Governo si spacca. Il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli (livornese) e quello dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, dicono di no. «Pianosa come anche l’Asinara sono due gioielli della natura e vanno semmai valorizzate. Le esigenze carcerarie non possono entrare in conflitto con quelle della tutela del paesaggio». Gli ambientalisti insorgono, gli amministratori locali puntano i piedi, anche il governatore Cappellacci è pronto a issare barricate e chiede rassicurazioni ad Alfano: «Il ministro mi ha ribadito che non esiste alcun progetto per ripristinare una struttura carceraria in un territorio che è stato riconvertito sotto l’aspetto turistico-ambientale». Forse non esiste niente di scritto, ma l’idea è stata accarezzata a più riprese. L’avevano tirata in ballo il procuratore di Agrigento Ignazio De Francisci, magistrato di lungo corso nel pool antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingoia e il capogruppo del Pd in commissione Antimafia Laura Garavini. Inoltre quattro anni fa i ministri della Giustizia e dell’Ambiente avevano firmato un accordo (che riguarda 22 parchi e 25 aree marine protette) con l’obiettivo di definire progetti di lavoro per i detenuti “leggeri” nei parchi, compresi quelli dell’Asinara e di Pianosa. Solo che tra mezze tacche della malavita e boss mafiosi c’è una bella differenza: e ne va anche il destino del parco naturale.
 Luigi Soriga
Fonte: La Nuova Sardegna