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Sui beni dismessi a La Maddalena la melina del governo. Le dichiarazioni di Giulio Calvisi.
Sui beni dismessi la melina del governo
La Nuova Sardegna 3 marzo 2010
PIER GIORGIO PINNA  - LA MADDALENA. È come un gioco amaro: deve sempre ricominciare da capo, con nuovi handicap per chi ne fa le spese. Nel marzo di due anni fa il ministero della Difesa guidato dal sassarese Arturo Parisi e la giunta sarda capeggiata da Renato Soru hanno firmato un accordo di programma molto preciso. Sulla base dell’intesa non meno di cinquanta beni, dislocati in una quindicina di siti dell’arcipelago, avrebbero già dovuto essere della Regione. Non è stato così. «Per volontà del governo Berlusconi», puntualizzano i politici sardi del centrosinistra. Ora da Roma arrivano altri segnali criptici, in ogni modo negativi e sconcertanti. Accompagnati da un silenzio alla Maddalena giudicato preoccupante. Fin dal 2008, in vista del G8, la proprietà, ma non la gestione, era in teoria passata di mano in almeno due casi. All’arsenale, poi assegnato alla Mita Resort con un bando contestato. E all’ex ospedale militare (deserta la prima asta, gara da riprogrammare a cura del solo Bertolaso, con le autonomie locali tagliate fuori). Il restante patrimonio? Quegli stabili e quelle superfici che valgono centinaia di milioni e potrebbero servire alla riconversione verso un’economia turistica? Bloccati. Interamente nelle mani di Demanio e Marina. Esattamente come nell’ultimo mezzo secolo. Forse gli uomini di Berlusconi, subentrato da oltre un anno e mezzo a Prodi, non hanno il coraggio di dirlo in maniera aperta. Ma alla Maddalena pensano magari di rivedere un po’ tutto, lasciando ogni competenza allo Stato. E se è vero che le partite non finiscono mai, come ricorda il titolo di un fortunato libro di Dawid Pastorin, la chiara riprova di quest’orientamento tacito si è avuta qualche giorno fa a Montecitorio, quando sui traffici e sulle indagini i deputati del Pd hanno presentato una interpellanza. «Chiedevamo fra l’altro quale sarebbe stata la sorte effettiva di questo patrimonio e il perché di tanti ritardi», spiega Giulio Calvisi, che l’ha illustrata nell’aula di Montecitorio. Richiamando l’attuazione dell’articolo 14 dello Statuto sardo come base dell’intesa siglata nel marzo 2008, il parlamentare gallurese ha infatti rammentato «il lunghissimo elenco di beni della Difesa che avrebbero dovuto transitare nella piena disponibilità e proprietà della Regione». Una preoccupazione contenuta anche nella recente mozione depositata in Consiglio, a Cagliari, dal gruppo pd: là dove si rievocano quei patti e si ricorda come, a parte i complessi ristrutturati per il vertice dello scandalo e l’area di Punta Rossa a Caprera, niente è passato alla Sardegna. Dalla Villa liberty al Molo Carbone e ai giardini pubblici. Dagli impianti sportivi di Cala Chiesa al deposito combustibili di Punta Sassu sull’isola di Santo Stefano. Dagli alloggi nella zona di Padule e dell’Area Vaticano a Guardia Vecchia. E la lista degli edifici, in condizioni più o meno buone, e in certi casi decisamente pessime, potrebbe proseguire. Sino a comprendere un tratto di litorale a ponente - Nido d’aquila - oltre ad archivi, tipografie, falegnamerie, magazzini. Estendendosi a levante sino a Porto Palma, di nuovo nell’isola di Garibaldi. «Lei, sottosegretario Giuseppe Pizza, non ci ha chiarito se questi edifici diventeranno mai proprietà della Regione o verranno gestiti dallo Stato», ha accusato Calvisi in Parlamento, controreplicando al sottosegretario incaricato di rispondere al Pd. In effetti Pizza, su questo punto, si è limitato ad ammettere l’esistenza dell’intesa. Ma nulla ha aggiunto circa le intenzioni del governo per il futuro, fatta eccezione per la caserma Faravelli e l’ex ospedale. In questa partita infinita, quel silenzio è apparso a molti assordante.
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